Il quaderno dei sogni della portinaia romana: una storia di scale e speranze

Il quaderno dei sogni della portinaia romana è il titolo che mi viene in mente quando Alcide, con la sua voce bassa e il bicchiere fermo tra le dita, decide di raccontarmi una storia ambientata nella Roma degli anni Quaranta. Lo dico subito, come vuole la correttezza verso chi legge: è una ricostruzione narrativa di fantasia, non una testimonianza reale, non un documento d’epoca e non il ricordo biografico di una persona esistita. È una storia costruita attorno a un’atmosfera, a qualche simbolo e alla memoria popolare del Lotto, quella che sa parlare di speranze senza promettere risultati.

Arrivo da Alcide

Quando arrivo da Alcide, Roma ha già acceso il suo rumore del mattino. Le saracinesche salgono con colpi metallici, un autobus si ferma poco distante e dalla strada arriva il richiamo di un venditore che non distinguo bene. Salgo le scale lentamente, perché da Alcide non si entra mai di corsa. La sua casa è anche un piccolo archivio: registri ingialliti, buste legate con lo spago, matite consumate fino a diventare corte come fiammiferi.

Alcide è seduto accanto alla finestra. La luce cade sul tavolo e illumina la lente d’ottone, una tazza vuota e un quaderno dalla copertina scura. Non è uno dei registri che conosco. Questo è più sottile, con il dorso curvato e gli angoli mangiati dal tempo.

«Vedi Gino», mi dice senza alzarsi, «ci sono quaderni che registrano quello che è successo e quaderni che tengono in piedi quello che si sperava potesse succedere. Questo appartiene alla seconda famiglia.»

Mi siedo di fronte a lui. Non gli chiedo subito di aprirlo. Con Alcide bisogna lasciare che la carta faccia il suo lavoro. Prima viene il silenzio, poi la voce, e soltanto alla fine il segno.

«La storia di oggi», aggiunge, «è quella di una portinaia che ascoltava le scale. Non i muri, non le porte: le scale. Diceva che sulle rampe le persone lasciavano cadere la verità più facilmente.»

Il racconto di Alcide

La vicenda, nella fantasia di questo racconto, si svolge in un palazzo romano degli anni Quaranta. Un edificio alto, con l’intonaco stanco e un cortile dove il sole arrivava soltanto per una parte della giornata. Al piano d’ingresso c’era la guardiola della portinaia, una stanza stretta con una sedia, un braciere nei mesi freddi e una mensola sulla quale stavano le chiavi degli appartamenti.

La portinaia si chiamava Ada. Un nome semplice, da persona abituata a non occupare troppo spazio. Aveva mani forti, un grembiule sempre pulito e un modo particolare di ricordare le voci. Non aveva bisogno di vedere chi scendeva le scale: riconosceva il passo del ragazzo che rientrava tardi, il respiro affannoso della donna del terzo piano, il colpo secco del bastone di un pensionato che abitava sopra il ballatoio.

«Ada non si limitava a spazzare l’ingresso», racconta Alcide. «Raccoglieva le confidenze. Le persone si fermavano da lei per un minuto e quel minuto diventava una stanza.»

Nel palazzo vivevano famiglie diverse. C’era chi aveva sempre il bucato steso, chi riceveva lettere con il bordo consumato, chi parlava sottovoce davanti alla porta e chi lasciava i bambini giocare sulle scale finché qualcuno non protestava. Ada conosceva i loro umori, ma non li giudicava. Aveva capito che ogni inquilino portava dentro un piccolo peso e che, certe sere, bastava ascoltarlo senza aggiungere parole.

Un inverno, nella ricostruzione immaginaria di Alcide, Ada cominciò a tenere un quaderno. Non lo fece per curiosità e neppure per mettere ordine nei pettegolezzi. Lo iniziò dopo che una bambina del palazzo le raccontò di avere sognato una finestra illuminata in una casa che, nella realtà, era sempre rimasta buia.

La bambina aveva parlato con gli occhi ancora pieni di sonno. Ada aveva preso una matita e, invece di rispondere con una frase rassicurante, aveva scritto: «Finestra accesa». Sotto aveva segnato il nome della bambina, ma soltanto per ricordare a chi apparteneva quella confidenza. Poi aveva chiuso il quaderno.

Da quel giorno arrivarono altri sogni. Un inquilino descrisse un secchio rovesciato sul pianerottolo. Una donna raccontò di avere visto in sogno una chiave appesa a un nastro. Un uomo, che parlava poco e soltanto quando era necessario, disse di aver udito una campana senza riuscire a trovare la chiesa.

Ada annotava tutto con parole brevi. Non cercava spiegazioni e non pretendeva di trasformare i sogni in sentenze. Scriveva il simbolo, ascoltava il racconto e lasciava che il quaderno custodisse il resto. Per lei, quella carta era una specie di cortile comune: ognuno poteva deporvi qualcosa senza paura che gli altri lo calpestassero.

«La parte importante», dice Alcide, «arriva quando il quaderno scompare.»

Una mattina Ada si accorse che non era più nella guardiola. Cercò sotto la sedia, dietro la cesta degli stracci, vicino alla cassetta della posta. Domandò agli inquilini senza accusare nessuno. Il palazzo intero, per la prima volta, sembrò irrigidirsi. Le persone che avevano affidato i loro sogni a quelle pagine cominciarono a sospettarsi a vicenda.

La svolta arrivò nel pomeriggio. Ada vide un ragazzino seduto sul gradino dell’ultimo piano. Aveva il quaderno sulle ginocchia, ma non lo stava leggendo. Lo teneva aperto su una pagina bianca e stringeva tra le dita una matita.

«Perché l’hai preso?», gli chiese.

Il ragazzo non scappò. Disse che aveva cercato il proprio nome, ma non lo aveva trovato. Tutti gli altri avevano lasciato un sogno, una paura o una speranza. Lui invece non ricordava mai nulla al risveglio e temeva di non avere niente da consegnare.

Ada si sedette accanto a lui. Non gli rimproverò il gesto. Prese il quaderno, arrivò all’ultima pagina e scrisse: «Un ragazzo che cerca il proprio sogno». Poi gli porse la matita.

«Adesso il quaderno ti ha trovato», disse.

Il ragazzo aggiunse una riga. Non un sogno, ma una frase: «Vorrei che in questa casa nessuno avesse paura di parlare.»

Da quel momento il quaderno non fu più considerato un oggetto da nascondere. Ada lo lasciava in un cassetto della guardiola, ma chiunque poteva chiederlo. Le pagine continuarono a raccogliere simboli, mai promesse. La portinaia ricordava a tutti che un segno può accompagnare una speranza, ma non può comandare il destino.

Alcide si interrompe e passa il pollice sul bordo della copertina. «È questo che mi piace di Ada», dice. «Non aveva bisogno di indovinare il futuro. Le bastava impedire che le persone si sentissero sole nel momento in cui lo immaginavano.»

La cabala della portinaia romana

Il quaderno di Ada, nella finzione narrativa che stiamo seguendo, non è una raccolta di formule. È una cabala domestica, nata dall’ascolto e dalla necessità di dare un ordine alle immagini notturne. La finestra illuminata parla di attesa; la chiave richiama l’idea di un passaggio; la pagina bianca suggerisce qualcosa che ancora non ha trovato la propria voce.

Non attribuisco a questi simboli corrispondenze numeriche della Smorfia, perché nel repertorio autorizzato a disposizione per questo racconto non sono presenti le associazioni necessarie. È più corretto fermarsi al loro valore narrativo e popolare, senza inventare tradizioni che non abbiamo ricevuto.

La cabala, qui, è dunque un modo per osservare la storia. Ada raccoglieva ciò che gli altri sognavano e lo trasformava in memoria condivisa. Il quaderno non risolveva i problemi degli inquilini, non cambiava le giornate difficili e non rendeva sicuro il domani. Faceva però una cosa concreta: dava un nome alle inquietudini.

Nel racconto, i simboli più forti sono la scala e la pagina. La scala è il luogo del passaggio, quello spazio in cui una persona non è più dentro casa ma non è ancora fuori. La pagina, invece, è una soglia silenziosa: accoglie quello che viene scritto e non pretende di commentarlo. Ada viveva tra queste due soglie e forse per questo riusciva a comprendere tanto bene le persone.

«Giovanotto», mi dice Alcide, «la cabala non deve diventare una gabbia. Se la usi per ascoltare, può essere una lente. Se la usi per comandare al caso, diventa soltanto un’illusione.»

È una frase che lascio sedimentare. Nel Lotto, come in ogni gioco d’alea, la speranza può essere leggera soltanto se resta consapevole dei propri limiti. Un simbolo può suggerire una storia, una storia può condurre a una riflessione, ma nessuna riflessione può garantire un esito.

Il collegamento con l’oggi

Oggi le scale hanno rumori diversi. Ci sono citofoni, notifiche, messaggi lasciati in fretta e persone che spesso si incontrano senza conoscersi davvero. Eppure la figura di Ada non sembra lontana. Anche adesso esistono luoghi in cui qualcuno raccoglie confidenze: il bancone di un bar, la panchina davanti a un negozio, la sala d’attesa, il pianerottolo dove ci si ferma per cercare le chiavi.

Il collegamento con l’oggi non riguarda una presunta continuità documentata, che non avrei motivo di affermare. Riguarda piuttosto un sentimento. Le persone continuano ad avere bisogno di raccontare quello che sperano e quello che temono. Cambiano gli strumenti, ma non cambia del tutto il desiderio di essere ascoltati senza essere giudicati.

La vicenda di Ada può parlare anche a chi si avvicina al Lotto con prudenza. Il gioco non dovrebbe diventare una risposta alle difficoltà economiche né un modo per inseguire ciò che non si può permettere. Se si sceglie di giocare, è importante farlo con misura, ricordando che il caso non conosce le nostre necessità e che nessun sogno può trasformarsi in una certezza.

Alcide annuisce. «Il quaderno della portinaia non prometteva niente. Conservava. A volte è già molto.»

Gli chiedo se, alla fine, Ada avesse continuato a scrivere. Alcide sorride e chiude lentamente la copertina.

«Nella nostra storia sì. Ma a un certo punto smise di annotare i sogni degli altri e lasciò una pagina per ciascuno. Non voleva più essere lei a decidere cosa meritasse di essere ricordato. Voleva che ogni persona imparasse a riconoscere il proprio segno.»

Questa è forse la svolta più profonda della vicenda. La portinaia non rimane la custode assoluta delle confidenze. Restituisce il quaderno a chi lo aveva riempito. La memoria non è più affidata a una sola persona: diventa una responsabilità comune.

I numeri della memoria

Quando il racconto arriva alla sua ultima pagina, Alcide apre un foglio separato. Non è il quaderno di Ada e non contiene le sue parole. È il foglio della rubrica, quello che riporta soltanto l’indicazione prevista per questa ricostruzione narrativa.

La ruota indicata è Roma e i numeri consegnati sono 10 e 8. Li presento esclusivamente come indicazione di gioco legata all’incarico, senza completarli con altri valori, senza costruire ambi, terni o quartine e senza attribuire loro una garanzia. Il loro posto, dentro la storia, è quello di una traccia finale: una piccola annotazione accanto a un racconto molto più grande, fatto di scale, ascolto e attese.

Non c’è un calcolo da mostrare e non c’è un risultato da anticipare. C’è soltanto il confronto tra la memoria di Ada e il presente: allora un quaderno poteva raccogliere le voci di un palazzo; oggi una pagina può ancora ricordarci che ogni numero nasce dentro un contesto di gioco e non dentro una promessa.

Alcide rimette il foglio vicino alla lente. «Vedi Gino, la memoria non serve a convincere il caso. Serve a non dimenticare la misura.»

Fuori, Roma continua a passare sotto la finestra. Io guardo la copertina scura e penso al ragazzo della storia, quello che cercava un sogno già scritto per lui. Ada gli aveva insegnato che una pagina bianca non è una condanna. È uno spazio da riempire con sincerità, senza confondere il desiderio con la certezza.

Saluto Alcide e torno giù per le scale. A ogni pianerottolo mi sembra di sentire una voce diversa, una porta che si apre, una confidenza trattenuta per pudore. Forse è questa la lezione della portinaia: i sogni hanno bisogno di essere ascoltati, ma il caso resta libero. E davanti a quella libertà, la prudenza non spegne la speranza. Le dà un confine.

L’Antica Giocata di Alcide

Ruota: Roma x 6 colpi

Ambo indicato: 10 – 8

Indicazione narrativa senza garanzia di vincita.

Nota editoriale: le immagini presenti nell’articolo sono illustrative e possono essere realizzate con strumenti di intelligenza artificiale. Non rappresentano eventi reali né garantiscono risultati di gioco.
Gioco responsabile: il gioco è vietato ai minori di 18 anni e può causare dipendenza. Lotto Gazzetta pubblica contenuti informativi e statistici: numeri e analisi non garantiscono vincite.

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