- La terzina della nonna dopo un pomeriggio al parco con due amiche
- Il pomeriggio in cui il parco diventò un palcoscenico
- Le due amiche della Nonna e il talento naturale per la commedia
- Lo sketch che ha fatto ridere mezzo parco
- La Nonna, tra dignità e risate, ha dato la lezione più bella
- Il segreto del quaderno con le pagine ingiallite
- La smorfia della Nonna parte sempre dalle immagini vive
- Perché oggi la Nonna vuole solo una terzina per tutte
- Dietro i numeri c’è una piccola filosofia domestica
- Il regalo della Nonna
- Il saluto della Nonna e il mio ritorno a casa
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La terzina della nonna nasce da uno sketch al parco tra risate, chiacchiere e una scena talmente buffa da sembrare teatro di quartiere
La terzina della nonna dopo un pomeriggio al parco con due amiche
Oggi sono passato dalla Nonna di buon’ora, ma non così presto da trovarla ancora in vestaglia. Lei, come sempre, mi ha battuto sul tempo. Quando ho aperto il cancelletto, dalla cucina arrivava già il profumo del caffè, quello vero, quello che sembra chiamarti per nome ancora prima di entrare. Sul tavolo c’erano i biscotti secchi, una ciotolina di marmellata di visciole e il centrino buono, quello che la Nonna tira fuori quando ha qualcosa di importante da raccontare.
L’ho trovata sulla sua solita poltrona, con gli occhiali bassi sul naso e quel sorriso storto che le viene quando è in procinto di dirmi una cosa grossa. Non triste, non seria: peggio. Divertita. E con la Nonna divertita bisogna stare attenti, perché vuol dire che il mondo, nelle ultime ventiquattr’ore, le ha servito un episodio degno di finire nel suo famoso quaderno.
Mi sono seduto senza fiatare. Lei mi ha allungato una tazzina e ha detto soltanto: “Nipotino mio, ieri pomeriggio al parco ho visto una scena che manco al teatro parrocchiale negli anni buoni.” A quel punto ho capito che non sarei uscito di lì con una semplice storiella, ma con uno di quei racconti che partono da una panchina e finiscono, immancabilmente, in una lezione di vita e in tre numeri scelti col cuore, con la memoria e con quel suo misterioso fiuto che io, per rispetto, chiamo saggezza.
Il pomeriggio in cui il parco diventò un palcoscenico
La Nonna, ieri, era uscita di casa dopo pranzo per prendere un po’ d’aria. Aveva infilato la sua borsetta color nocciola, quella con la chiusura che scatta come un giudizio definitivo, e si era incamminata verso il parco del quartiere. Lì, ogni tanto, si ritrova con due sue amiche storiche: la Teresa e la Lidia. Una parla come se il tempo le rincorresse dietro; l’altra, invece, ascolta con una calma tale che sembra sempre stare traducendo tutto dal latino.
Secondo la Nonna, quelle due non sono semplici amiche. Sono un’istituzione. Teresa è quella che sa tutto di tutti, ma con innocenza: non spettegola, aggiorna. Lidia invece annuisce, stringe gli occhi, sospira, e alla fine tira fuori una sentenza che chiude l’argomento meglio di un giudice di cassazione. Insieme, sedute sulla panchina vicino alla fontanella, formano quello che la Nonna chiama “il consiglio superiore delle faccende umane”.
Ieri pomeriggio il sole era mite, l’aria pulita, i bambini correvano sul vialetto con quella confusione allegra che non disturba nessuno. Perfino i piccioni, mi ha detto la Nonna, avevano un’aria operosa, come se anche loro avessero da commentare qualcosa. E così, con il parco in piena attività, le tre si sono sedute sulla solita panchina. Teresa aveva portato delle caramelle all’orzo. Lidia una bustina di semi di zucca. La Nonna, da parte sua, aveva in borsa due fazzoletti di stoffa e tre opinioni ben stirate.
Fin qui, tutto normale. Troppo normale, infatti. Perché certi pomeriggi sembrano nati apposta per prendere una piega assurda.
Le due amiche della Nonna e il talento naturale per la commedia
La scena, da come me l’ha raccontata lei, è iniziata in modo innocuo. Teresa stava parlando della figlia della signora Assunta, che aveva comprato un paio di scarpe “moderne” con una suola alta così tanto che, a detta sua, “non camminava, faceva manutenzione ai lampioni”. Lidia rideva piano, la Nonna teneva il tempo con lo sguardo, e ogni tanto una delle tre si sistemava il golfino sulle spalle con quella grazia antica che oggi non si vede quasi più.
A un certo punto, però, Teresa ha abbassato la voce per riferire una notizia che riteneva delicatissima. La Nonna non mi ha voluto dire quale fosse la notizia, per una questione di stile. “Le cose degli altri si ascoltano, ma non si portano in giro come il pane caldo”, mi ha detto. E già qui, tra una battuta e una lezione, aveva fatto centro.
Comunque sia, mentre Teresa si sporgeva in avanti per confabulare, Lidia, che di udito va un po’ a giornate, ha capito una parola per un’altra. Non una sfumatura. Proprio un’altra parola. Teresa stava dicendo “fisioterapia” e Lidia ha capito “fidanzamento”. Capisci bene che tra le due c’è la differenza che passa tra un ginocchio e una luna di miele.
La Nonna mi ha raccontato di aver visto, in quell’istante, gli occhi di Lidia illuminarsi come due abat-jour. Senza chiedere conferma, ha iniziato a reagire alla notizia sbagliata con un entusiasmo sproporzionato. Ha stretto il braccio di Teresa e ha esclamato, a voce talmente alta che si sono girati anche i cani: “Ma alla sua età? E con chi? Ma allora è vero che finché c’è fiato c’è speranza!”
Teresa è diventata color melanzana. La Nonna, nel tentativo di farla smettere, le faceva cenni disperati con gli occhi. Ma Lidia, quando parte, è come il tram senza freni. Ha cominciato a ridere, poi ha chiesto se il vestito fosse già stato scelto, poi ha aggiunto che in amore non è mai troppo tardi, e che anzi lei lo dice sempre: meglio un fidanzamento a settant’anni con le ciabatte comode che un matrimonio a venti con le scarpe strette.
Lo sketch che ha fatto ridere mezzo parco
Qui, secondo la Nonna, il destino ha deciso di metterci il condimento. Perché mentre Teresa cercava di chiarire che non si trattava affatto di un fidanzamento, ma di una semplice seduta di fisioterapia per la schiena, è passato davanti alla panchina un cagnolino basso e tozzo, con l’aria del ladro di galline che ha fatto carriera.
Il cagnolino, attratto forse dall’odore dei semi di zucca o forse dal caos generale, si è infilato con il muso dentro la sportina di Lidia. Lei, accorgendosene in ritardo, ha fatto un saltello all’indietro che, a raccontarlo, pare una coreografia. Teresa si è alzata di scatto per proteggere la borsa. La Nonna, che in certe situazioni tira fuori una prontezza da maresciallo dei carabinieri, ha battuto il piede a terra e ha intimato al cane: “Lascia stare, birbante col pedigree della sfacciataggine!”
Il problema è che il cane, anziché offendersi, ha afferrato la bustina e si è messo a trotterellare via con quella superiorità tipica di chi sa benissimo di essere piccolo e quindi imprendibile. A quel punto Lidia, che pochi secondi prima celebrava nozze immaginarie, si è lanciata in un inseguimento così goffo e solenne che due ragazzini sulla bicicletta si sono fermati ad applaudire.
Ma il colpo di grazia doveva ancora arrivare. Nel tentativo di recuperare la bustina, Teresa ha urtato con il gomito il pulsante del piccolo impianto di irrigazione posto vicino all’aiuola. Dopo due secondi di silenzio minaccioso, dal prato sono partiti gli spruzzi automatici. Non una pioggerellina civile. No. Un vero assalto idrico a tradimento.
La Nonna ha cercato di ripararsi con il giornale piegato che teneva in borsa. Teresa si è messa a girare su sé stessa come una trottola offesa. Lidia, invece, convinta ancora per metà di essere dentro una vicenda romantica, ha spalancato il suo ombrellino pieghevole a pois. Peccato che lo abbia aperto al contrario. Il primo getto d’acqua l’ha colpito dal basso e gliel’ha rivoltato come un carciofo.
A quel punto, mi ha detto la Nonna, il parco intero rideva. Ridevano i bambini, ridevano le mamme, rideva perfino un signore sul tapis roulant all’aperto che, dalla forza della risata, ha dovuto fermarsi e reggersi la pancia. E ridevano pure loro tre, che ormai avevano capito di essere finite, loro malgrado, dentro uno sketch perfetto: una notizia capita male, un cane ladruncolo, una sportina contesa e l’irrigazione comunale che entra in scena come quarto personaggio.
La Nonna, tra dignità e risate, ha dato la lezione più bella
Quando la concitazione si è spenta, il cagnolino ha lasciato cadere la bustina ai piedi di una panchina vicina, quasi offeso dalla piega degli eventi. Un ragazzo gentile l’ha recuperata. Teresa ha finalmente spiegato a Lidia che non si parlava di nozze ma di schiena. Lidia è rimasta in silenzio per tre secondi, che per lei equivalgono a una settimana di meditazione, poi ha detto la frase che ha fatto crollare le ultime difese: “Allora ho festeggiato troppo presto, ma almeno mi sono allenata per la prossima volta.”
La Nonna, quando è arrivata a questo punto del racconto, rideva ancora. Non una risata chiassosa, ma quella risata profonda che viene quando una scena ti resta appesa addosso per la sua umanità. Poi però si è fermata, ha piegato il tovagliolo, mi ha guardato come mi guardava da bambino quando voleva insegnarmi qualcosa senza farmi la predica, e ha detto: “Vedi, il punto non è che ieri siamo sembrate ridicole. Il punto è che ci siamo divertite senza cattiveria. E questa, alla nostra età come alla vostra, è una grazia.”
Mi ha spiegato che il mondo, troppo spesso, ci vuole composti, impeccabili, quasi immobili. Ma la vita vera non è composta. La vita inciampa, fraintende, si bagna con gli irrigatori, rincorre i cani e ogni tanto apre gli ombrelli dalla parte sbagliata. “Chi sa ridere di sé,” ha aggiunto, “resta giovane dove conta davvero.”
Ecco la morale che la Nonna ha cavato da quel pomeriggio. Non il pettegolezzo, non la figuraccia, non la confusione. Ma la prova che l’amicizia vera regge anche quando la scena si fa buffa. Anzi, forse regge proprio perché si fa buffa. Perché solo tra persone che si vogliono bene davvero si può passare, in meno di cinque minuti, dal sussurro elegante alla farsa acquatica, senza perdere la tenerezza.
Il segreto del quaderno con le pagine ingiallite
Dopo avermi raccontato tutto questo, la Nonna si è alzata piano, è andata verso la credenza e ha tirato fuori il suo vecchio quaderno. Quello con la copertina scura, gli angoli mangiati dal tempo e l’elastico consumato che sembra sempre sul punto di cedere ma poi, miracolosamente, resiste. Ogni volta che lo apre, io sento quasi il dovere di raddrizzare la schiena.
Le pagine sono ingiallite, fitte di calligrafia tremolante ma decisa. Non c’è un foglio che non porti un piccolo segno del passato: una macchia di caffè, una piega, una data, una nota a margine, un proverbio. In mezzo a conti, appunti e ricordi, la Nonna tiene i suoi metodi. Non chiamateli formule, perché si offende. Lei li chiama “modi per ascoltare gli avvenimenti”.
Ha sfogliato piano, mormorando tra sé e sé, finché si è fermata su una pagina dedicata agli episodi comici nati da tre elementi insieme. Mi ha spiegato che, secondo il suo quaderno, quando una scena produce tre immagini chiare e legate tra loro, non bisogna sparpagliare i numeri. Non si deve fare confusione. “Tre segni, tre numeri. E basta.”
Per questo oggi, mi ha detto subito, niente ambo, niente quartine, niente corone di numeri come i fuochi d’artificio. Solo una terzina. Una sola. Per tutte le ruote. Una scelta pulita, coerente con la natura dello sketch: una scena breve, precisa, indimenticabile.
La smorfia della Nonna parte sempre dalle immagini vive
La Nonna non trasforma mai un fatto in numeri partendo dal caso. Parte dalle immagini. Ieri al parco, secondo lei, le immagini erano tre e nitidissime.
La prima immagine era la panchina con tre donne sedute a chiacchierare, quel quadro semplice e antico che da solo racconta mezzo mondo. La seconda era la risata che cresce per un malinteso, quel momento in cui una parola capita male cambia il tono dell’intero pomeriggio. La terza era l’acqua degli irrigatori che entra in scena, quasi fosse il sipario liquido di una commedia di paese.
Da queste tre immagini la Nonna ha ricavato la sua triade. Il primo numero, mi ha spiegato, doveva essere un numero d’apertura, uno che accende la scena. Il secondo doveva allargare il movimento, come la risata che si propaga da una persona all’altra. Il terzo doveva chiudere il cerchio con un gioco di equilibrio, perché in ogni confusione benigna, alla fine, le cose tornano sempre al loro posto.
Così ha cerchiato sul quaderno il 18, poi il 36, poi il 63. Mi ha fatto notare il raddoppio, poi lo specchio. “Vedi?” mi ha detto. “Prima nasce il fatto, poi si allarga, poi si riflette. È così che funzionano anche certe giornate: ti succedono, ti travolgono, poi la sera te le rimetti in ordine.”
Non era soltanto una spiegazione numerica. Era il riassunto perfetto del pomeriggio al parco. Una piccola progressione di vita comune, di quelle che fanno ridere sul momento ma che, riguardate bene, insegnano pure qualcosa.
Perché oggi la Nonna vuole solo una terzina per tutte
Io, lo ammetto, le ho chiesto se non valesse la pena aggiungere almeno un paio di abbinamenti. Lei mi ha guardato con quella severità sorridente che riserva ai parenti quando fanno domande inutilmente ambiziose. “No.” Secco. Poi ha aggiunto: “Quando la faccenda è chiara, si resta sobri. L’avidità confonde anche i numeri.”
Ed è qui che la Nonna si distingue. Non ama mai esagerare. Se un episodio parla con tre voci, lei ascolta tre voci. Non quattro, non sette, non dodici. “Pochi numeri, ma ben apparecchiati”, come dice lei. E questo sketch, nato da una panchina, gonfiato dalle risate e lavato dagli irrigatori, secondo la sua lettura, non chiede altro che una terzina secca e composta.
Per tutte le ruote, inoltre. Anche questa scelta ha una sua logica. Il parco è un luogo aperto, condiviso, senza padrone. Non appartiene a una sola direzione, a una sola strada, a una sola finestra del quartiere. È di tutti. E quindi, nella simbologia della Nonna, la terzina deve camminare larga, senza legarsi a una ruota soltanto. “Le scene pubbliche,” dice, “hanno respiro ampio.”
Mi è piaciuta molto questa immagine. E mi è piaciuto ancora di più il modo in cui l’ha detta, aggiustandosi il golfino e prendendo un altro biscotto come se avesse appena pronunciato una verità antica quanto il pane.
Dietro i numeri c’è una piccola filosofia domestica
Prima di richiudere il quaderno, la Nonna ha voluto ribadire un concetto che, a suo modo, vale più della terzina stessa. “I numeri non servono solo a inseguire una possibilità,” mi ha detto. “Servono anche a dare una forma alle giornate. A ricordarsi che niente è banale, se lo sai guardare.”
Questa frase mi è rimasta addosso. Perché in effetti il bello della Nonna non è solo il risultato finale. È il percorso. Lei prende un episodio che chiunque liquiderebbe con due risate e basta, e invece lo ascolta fino in fondo. Ci vede il carattere delle persone, la prova dell’amicizia, il valore di una risata senza veleno, e solo dopo, con quella calma antica che ormai sembra quasi rivoluzionaria, ci stende sopra i numeri come si stende una tovaglia buona.
In questo c’è qualcosa di profondamente umano. E anche di molto moderno, se vogliamo. Perché in un tempo in cui tutti corrono a raccontare tutto, subito, forte e male, la Nonna si prende ancora il lusso di capire. Prima guarda, poi riflette, poi sorride, poi sceglie. E magari, solo alla fine, scrive tre numeri.
Il regalo della Nonna
👵 Il Regalo della Nonna
(Dal “Quaderno dei Segreti”, dall’estrazione del 18 aprile 2026)
Ruote: TUTTE x 5 colpi
TERZINA: 18 – 36 – 63
(Da seguire con misura, ordine e senza aggiungere altro)
“Giocate poco, nipotini miei, che la fortuna ride piano ma la leggerezza fa vivere meglio!”
Il saluto della Nonna e il mio ritorno a casa
Quando ormai il caffè era finito e la luce del mattino si era spostata sul tavolo, la Nonna ha richiuso il quaderno con un colpetto leggero. Mi ha allungato un altro biscotto, come se fosse la firma finale del racconto, e ha sospirato con soddisfazione. “Ieri ci siamo bagnate, abbiamo corso dietro a un cane e abbiamo pure celebrato un fidanzamento inesistente. Ma siamo tornate a casa ridendo. E questo, alla fine, è già una vincita.”
Io sono rimasto qualche secondo in silenzio, perché quando parla così è inutile aggiungere qualcosa. Ho guardato la tazzina vuota, la credenza, la finestra socchiusa e lei, piccola e dritta sulla poltrona, con quel suo modo di tenere insieme ironia e dignità come se fossero farina e acqua impastate da sempre.
Prima di uscire, mi ha detto l’ultima frase della mattinata: “Ricordati, nipotino mio: chi sa ridere con gli altri campa bene, ma chi sa ridere anche di sé campa meglio.” Poi mi ha sistemato il colletto come faceva quando andavo a scuola e mi ha mandato via con la terzina già pronta in tasca e una leggerezza nuova nel cuore.
Così ve la consegno oggi, questa storia. Non come una semplice scena buffa di tre amiche al parco, ma come una di quelle piccole commedie umane che ci ricordano quanto sia preziosa la confidenza sincera, quanto faccia bene una risata pulita e quanto, a volte, il mondo sappia ancora sorprenderci con una grazia buffa e disarmante. E se poi da tutto questo la Nonna ha cavato anche una terzina, beh, non sarò certo io a contraddirla.
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