Il dolore dell’anima si riconosce da certe mattine in cui la casa sembra svegliarsi prima di noi. Quando sono arrivato dalla Nonna, il sole non aveva ancora preso possesso dei palazzi e sul pianerottolo c’era quell’odore quieto delle prime ore: il pavimento freddo, il ferro del portone, una finestra socchiusa da qualche parte. Lei, però, era già uscita.
Me lo ha raccontato dopo, davanti alla moka: si era alzata molto presto, aveva infilato il cappotto sopra la vestaglia, preso la borsa e raggiunto la fermata dell’autobus sotto casa. Non aveva voluto chiamare nessuno. “Ci sono visite che uno deve fare con i propri passi”, mi ha detto quando l’ho trovata di ritorno, con le mani ancora profumate di fiori.
Era andata al cimitero di Prima Porta, a Roma, per portare un mazzo ai suoi genitori e un altro a sua sorella, morta da qualche anno. Non ne parlava con voce drammatica. La Nonna non ha mai avuto bisogno di alzare il tono per dire una cosa grande. Le bastava appoggiare la tazzina sul tavolo e guardarti negli occhi.
Dolore dell’anima, una visita prima del rumore
La cucina era ancora immersa nella luce grigia del mattino. La credenza di legno occupava la parete di fondo, con le sue ante lucide soltanto nei punti toccati più spesso dalle mani. Sul fornello la moka borbottava piano. La Nonna aveva preparato il caffè per entrambi e aveva sistemato su un piattino alcuni biscotti, quelli secchi che tiene per gli ospiti e che poi finisce quasi sempre per mangiare lei.
“Nipotini miei, la mattina presto il mondo parla più piano”, ha detto, mentre versava il caffè. “Al cimitero si va meglio quando ancora non c’è confusione. Così puoi salutare chi non c’è più senza dover spiegare niente a nessuno.”
Mi ha raccontato del viaggio in autobus senza aggiungere particolari che non servivano. Sotto casa l’aria era fresca. Il mezzo è arrivato e lei è salita con la sua borsa. Poi il percorso verso Prima Porta, i finestrini ancora appannati, le persone dirette al lavoro e quel silenzio un po’ assonnato che appartiene alle città prima dell’ora piena.
La Nonna aveva comprato i fiori dai fiorai. Non ha cercato parole solenni per descriverli. Ha solo detto che li aveva scelti con cura, pensando a tre persone diverse e allo stesso tempo unite nella sua memoria. Ai genitori aveva portato un mazzo. Alla sorella ne aveva scelto un altro. “Non si portano i fiori per cambiare quello che è successo”, mi ha spiegato. “Si portano per dire che non hai smesso di ricordare.”
Il cimitero di Prima Porta e le mani della memoria
A Prima Porta la Nonna ha camminato lentamente. Non perché non conoscesse la strada, ma perché certi luoghi non si attraversano come gli altri. Si procede con rispetto, riconoscendo i viali, le lapidi, i nomi. Ogni passo sembra avere un peso diverso quando conduce verso qualcuno che non può più venire incontro.
Ha pulito con un fazzoletto il vetro delle fotografie. Ha sistemato i fiori e tolto qualche foglia caduta. Sono gesti semplici, quasi domestici. La Nonna fa così anche a casa: raddrizza una tovaglia, sposta una sedia, chiude un’anta rimasta aperta. In lei la cura non è una parola, è un’abitudine delle mani.
Davanti ai genitori è rimasta in silenzio. Non mi ha detto che cosa abbia pensato, e io non gliel’ho chiesto. La verità è che davanti a una tomba le domande spesso fanno più rumore delle risposte. Si può soltanto restare, lasciare che il ricordo venga a galla e accettare che abbia il proprio tempo.
Poi è andata dalla sorella. Sono passati alcuni anni dalla sua morte, ma la Nonna non usa il calendario per misurare l’assenza. “L’anno conta per i documenti”, ha detto. “Per il cuore conta il giorno in cui ti torna davanti agli occhi la persona che manca.”
Ha parlato della sorella come si parla di qualcuno che continua ad avere un posto preciso nella casa. Non ha inventato ricordi, non ha raccontato episodi per commuovere. Ha ricordato soltanto la presenza: una voce conosciuta, una persona alla quale si poteva stare accanto anche senza dire nulla. A volte è proprio questo che resta più a lungo, il modo in cui qualcuno riempiva una stanza senza fare rumore.
Il segreto del quaderno
Dopo il cimitero, la Nonna è tornata a casa e ha riposto la borsa sulla sedia. Si è tolta il cappotto, ha messo l’acqua sul fuoco e ha riacceso la moka. Il caffè del ritorno ha un sapore diverso da quello della partenza. Forse perché nel frattempo si è attraversato un luogo che conserva ciò che la vita quotidiana tende a nascondere.
Quando sono arrivato, il quaderno era ancora nella credenza. La Nonna lo conserva dietro una pila di tovaglioli ricamati, in uno spazio dove non arrivano facilmente né la polvere né gli occhi curiosi. La copertina è consumata agli angoli. Le pagine hanno il colore del tempo e alcune portano macchie di caffè. Non è un registro ordinato secondo una regola riconoscibile. È un quaderno di appunti, ricordi, parole e numeri.
Lei lo ha aperto con calma. Non ha cercato di trasformare il viaggio al cimitero in una certezza per il gioco. Questo va detto con chiarezza: il ricordo appartiene alla vita, mentre l’estrazione appartiene al caso. Tra le due cose può esserci, al massimo, un collegamento simbolico e popolare. Non una legge, non una promessa.
“Il quaderno non predice il futuro”, ha detto la Nonna. “Tiene compagnia al presente. Quando scrivo un numero, non gli chiedo di fare miracoli. Gli chiedo soltanto di ricordarmi da dove è nato.”
Questa è stata la parte decisiva del suo ragionamento. Prima viene il fatto: una donna anziana si alza presto, prende l’autobus, compra dei fiori e va a trovare i propri cari al cimitero di Prima Porta. Poi viene l’interpretazione della tradizione: alcune immagini possono essere associate a numeri della Smorfia. Infine c’è la speranza, che resta una speranza. La certezza riguarda soltanto ciò che è accaduto, non ciò che uscirà.
La Smorfia della Nonna
Nel vecchio quaderno la Nonna ha segnato i simboli della mattina. Per la sorella morta, la tradizione popolare autorizzata indica il 78. Per il cimitero indica il 07. Per Roma sono riportate due alternative, 58 e 90. La Nonna non ha fatto somme e non ha forzato il significato. “Quando una voce offre più strade, non bisogna fingere che ce ne sia una sola”, ha detto.
Questa cautela può sembrare poca cosa a chi cerca una risposta netta. Ma proprio qui sta la differenza tra un simbolo e un dato statistico. Il simbolo appartiene alla memoria popolare. Non dimostra che un numero sia più probabile degli altri. Non modifica le probabilità dell’estrazione e non può garantire un risultato.
Nel suo appunto, tuttavia, la Nonna ha mantenuto l’indicazione già presente nel quaderno: il collegamento con il ricongiungimento e con il dolore della separazione conduce ai numeri 48 e 90, sulla ruota di Napoli. Il 48 rappresenta, nel racconto della Nonna, la memoria che torna a parlare piano. Il 90 è il numero grande, quello con cui lei immagina un cerchio che si chiude.
Non è un calcolo ricavato dalle estrazioni precedenti. Non è una statistica sui ritardi. Non è una previsione scientifica. È una scelta narrativa e simbolica già contenuta nella fonte autorizzata. Il fatto che il 90 compaia anche tra le alternative tradizionali associate a Roma non autorizza a spostare la giocata su Roma, né a scegliere arbitrariamente il 58. La Nonna, questa volta, resta fedele alla ruota indicata nel quaderno.
L’Ambo Secco
“Un ambo secco soltanto”, ha detto, chiudendo per metà il quaderno. “Quando si porta un pensiero al Lotto, non serve riempire il foglio. Il rispetto per il denaro viene prima della fantasia.”
Ha indicato il 48 e il 90. Li ha chiamati due compagni di viaggio: uno legato al ricordo, l’altro alla speranza di un ricongiungimento. È il linguaggio affettuoso della Nonna, non quello della probabilità. In una singola estrazione, ogni combinazione resta sottoposta al caso e nessun sentimento può renderla sicura.
Un’obiezione sarebbe facile: se la storia parla di Prima Porta e di Roma, perché la ruota indicata è Napoli? La risposta non va cercata in una presunta legge nascosta. La ruota di Napoli proviene dalla previsione già autorizzata nella fonte, dove viene collegata alla tradizione della Smorfia e al racconto dei sogni. La scena romana serve all’atmosfera e al significato umano della storia; non cambia il dato tecnico della previsione.
La Nonna ha preso un biscotto e lo ha spezzato in due. “Vedi? Anche questo è un ambo”, ha sorriso. “Ma almeno questo lo puoi dividere con qualcuno.” Poi ha rimesso il resto nel piattino, come fa sempre quando vuole ricordare che una cosa buona non si deve consumare tutta in una volta.
Il Consiglio della Nonna
Prima di salutarmi, mi ha parlato dei fiori. Erano tornati a casa soltanto nel ricordo, perché quelli veri erano rimasti al cimitero. “I fiori fanno il loro lavoro in silenzio”, ha detto. “Non chiedono niente. Stanno lì e dicono che qualcuno è passato.”
Le ho chiesto se fosse stata una mattina triste. La Nonna ha guardato la credenza, poi la finestra. “Sì”, ha risposto. “Ma triste non vuol dire inutile. Ci sono tristezze che ci ricordano chi siamo stati e chi abbiamo amato.”
Il suo consiglio per il gioco è rimasto semplice: poco, con misura, senza inseguire le perdite e senza trasformare un ricordo in una promessa. Il Lotto non ricongiunge le persone e non risolve il dolore. Può soltanto diventare, per chi lo sceglie consapevolmente, un piccolo gesto simbolico. La vita vera, invece, chiede presenza: una visita, un fiore, una telefonata, una sedia accanto a qualcuno.
“Nipotini miei, la fortuna è cieca e il dolore invece conosce bene la strada”, ha detto. “Per questo bisogna tenere gli occhi aperti e il portafoglio leggero.”
👵 Il Regalo della Nonna
Data: 11 agosto 2026
Ruota Secca: NAPOLI
AMBO SECCO: 48 – 90
“Giocate poco, nipotini miei, che la fortuna è cieca ma la sfortuna ci vede benissimo!”
Un saluto dalla cucina
Quando sono andato via, la moka era stata lavata e lasciata capovolta accanto al lavello. Sul tavolo erano rimaste le briciole dei biscotti e una matita sopra il quaderno chiuso. La Nonna si era seduta sulla poltrona vicino alla finestra. Da lì poteva vedere il cortile e, oltre il vetro, il giorno che finalmente cominciava.
Ho pensato al suo viaggio in autobus, ai fiori acquistati dai fiorai, ai viali del cimitero di Prima Porta e a quei tre nomi custoditi nella sua memoria. Non c’era niente di spettacolare in quella mattina. C’era però la verità di un gesto ripetuto: andare a salutare chi manca, sistemare i fiori, restare qualche minuto e poi tornare a casa con il cuore un po’ più stanco ma anche più ordinato.
Il dolore dell’anima non si cancella con un numero e non si risolve con una previsione. Si accompagna, come la Nonna accompagna il caffè con un biscotto e una parola buona. Il ricongiungimento, per lei, è una speranza intima, non un risultato da pretendere. E forse il valore di quella pagina sta proprio qui: ricordare che ogni numero può raccontare un’emozione, ma nessun numero può sostituire l’amore, la memoria o una visita fatta in silenzio.
Prima di chiudere la porta, la Nonna mi ha salutato dalla poltrona. “Torna presto”, mi ha detto. Poi, con il suo tono quieto, ha aggiunto: “E quando passi davanti a un fioraio, non aspettare sempre una ricorrenza. Un fiore, qualche volta, serve anche ai vivi.”
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