- Una storia commovente e ridicola per il Terno 38 18 79 Roma
- L’estate che non dava tregua
- Giggetto e la casa rimasta in silenzio
- Il sogno di donna Elvira
- La ricevitoria di via Catania
- Una giornata storta come solo Roma sa fare
- La sera dell’estrazione
- Il terno che rimise in moto il cuore
- Assunta, le lacrime e il ridicolo
- La vera vincita
- Dopo il buio la luce
Terno 38 18 79 Roma, luglio 2002: una storia romana che mescola malinconia, risate e una vincita arrivata quando nessuno ci credeva più
Una storia commovente e ridicola per il Terno 38 18 79 Roma
Voglio raccontare una storia di un paio di decenni fa, realmente accaduta, e che espongo volentieri perchè racchiude in sè vita visutta e di come è possibile “risorgere” dall’abisso della solitudine interiore.
Ci sono estati che a Roma non passano: si appiccicano addosso. Restano nei muri, nelle tende mezze abbassate, nei cortili che odorano di basilico e gas di scarico, nelle cucine dove il ventilatore gira per puro spirito di sacrificio e non per reale utilità. Luglio del 2002 fu una di quelle estati. Un’estate di televisioni lasciate accese, di finestre spalancate sul rumore dei motorini, di meloni tenuti in fresco nella vasca da bagno e di vecchi che litigavano con il caldo come se fosse un parente maleducato.
In quel luglio romano, in un palazzo un po’ scrostato ma dignitoso di via Livorno, viveva Giggetto Mazzanti, cinquantadue anni, impiegato comunale con i baffi di uno che negli anni Ottanta si era sentito molto affascinante e poi non aveva più avuto il coraggio di cambiare faccia. Da quasi quattro anni era vedovo. Da quasi quattro anni fingeva di stare in piedi per abitudine, perché il dolore vero non lo aveva mai raccontato a nessuno. Lo trascinava in casa come si trascina una sedia rotta: senza guardarla troppo, sperando che non cada proprio davanti agli ospiti.
Abitava con sua madre, donna Elvira, una vedova severa di ottantatré anni che parlava poco, giudicava molto e teneva nel cassetto della credenza un quaderno verde pieno di sogni, morti, numeri e interpretazioni che lei definiva “appunti seri” e Giggetto definiva “contabilità dell’assurdo”. Nella stessa casa viveva anche una canarina gialla, Nilde, nevrotica come una centralinista sotto Ferragosto, che cinguettava soprattutto nei momenti sbagliati.
L’estate che non dava tregua
Roma, a metà luglio, non aveva nessuna intenzione di essere gentile. Il sole scendeva sui sampietrini come una sentenza. I cassonetti sembravano meditare vendetta. Le saracinesche delle botteghe erano calde da cuocerci sopra le fettine. Persino i piccioni, con quell’aria di burocrati stanchi, se ne stavano fermi sui cornicioni a guardare l’umanità con compatimento.
Giggetto usciva la mattina presto per prendere il pane e il giornale, ma era più un esercizio di disciplina che un piacere. Salutava due pensionati davanti al bar, ascoltava mezza discussione sul traffico, un quarto di polemica sul governo, e poi tornava su con la sensazione che la sua vita si fosse ristretta a tre stanze, un corridoio, una madre troppo lucida e un silenzio che sapeva ancora di sua moglie Ada.
Ada era morta giovane, troppo giovane per il carattere che aveva. Era una donna di quelle che in casa lasciavano ordine e allegria insieme: tovaglie pulite, basilico sul davanzale, battute secche, mani veloci. Da quando non c’era più, Giggetto aveva cominciato a parlare da solo. Non per follia, ma per non lasciare il silenzio vincitore assoluto.
Apriva il frigorifero e commentava: “Anche oggi gran menu, Giggetto mio: mortadella triste e cocomero che ha perso la voglia”. Dal corridoio, immancabile, arrivava la voce di Elvira: “Parla piano che già ce pensano i vicini a dirti matto”. E lui, con una stanchezza quasi allegra: “Ma’ io non so’ matto. So’ rimasto solo in compagnia mia”.
Giggetto e la casa rimasta in silenzio
La casa dei Mazzanti aveva quell’aria tipicamente romana delle case vissute per davvero. Una credenza massiccia che nessuno avrebbe mai saputo spostare. Un centrino messo male ma lasciato lì da vent’anni. Una fotografia del matrimonio in cui Ada sorrideva come se conoscesse già tutti i guai futuri e avesse deciso di ridergli in faccia. Un ventilatore con una grata un po’ storta. Una cucina dove si discuteva più di quanto si mangiasse.
Elvira aveva trasformato il lutto in una forma di disciplina morale. Non si concedeva mollezze. Piangeva solo quando nessuno poteva vederla. Ma nel frattempo osservava tutto, registrava tutto, interpretava tutto. Soprattutto i sogni.
Nel suo quaderno verde c’erano pagine intere di annotazioni. “Pesci grossi: prudenza.” “Scale rotte: fastidio.” “Prete che corre: numero forte.” “Pentola che bolle: attenzione, segnale.” Giggetto rideva di quelle corrispondenze come si ride di una zia troppo superstiziosa. Però non lo faceva mai fino in fondo. Perché sotto la risata, come spesso accade, c’era una piccola paura. La paura che il mondo, qualche volta, sapesse parlare davvero ma scegliesse sempre un linguaggio assurdo.
Nelle sere più pesanti, quando il caldo non lasciava dormire, Elvira restava seduta al tavolo con il ventaglio in mano e gli occhi fissi nel vuoto. Giggetto la guardava e capiva che anche lei, a modo suo, continuava a vivere in compagnia dei morti. Non ne faceva mai un dramma. Li considerava semplicemente ancora presenti, solo più difficili da raggiungere.
Il sogno di donna Elvira
La notte tra venerdì 12 e sabato 13 luglio 2002, accadde il fatto che cambiò tutto. Erano quasi le quattro quando Elvira si mise a urlare nel sonno. Non un lamento vago. Proprio una frase completa, detta con l’energia di chi deve fermare una catastrofe imminente: “Er fiasco! Er fiasco! Non correte! Che quello è er prete!”
Giggetto saltò giù dal letto come un reduce. Inciampò in una ciabatta, urtò la gabbia di Nilde e per poco non si rovesciò addosso il bicchiere lasciato sul comodino. Arrivò nella stanza della madre con il cuore a martello. Elvira era già seduta sul letto, pallida, coi capelli bianchi scomposti e lo sguardo di chi è appena tornato da un posto lontano.
“Ma’, che c’è stato?”
Lei lo guardò con una gravità che cancellava ogni ironia. “L’ho sognata.”
Giggetto non ebbe bisogno di chiedere chi. Capì subito. Ada.
Elvira si fece il segno della croce e raccontò. Ada stava su un autobus vecchio, di quelli arancioni che sembravano già vecchi quando erano nuovi. Sorrideva. In mano aveva una padella, un ombrello e un fiasco di vino. Dietro di lei correva un prete. Poi, all’improvviso, compariva un tacchino. Nessun senso apparente. Nessuna frase chiara. Solo quella scena, nitida come una fotografia sbagliata.
Giggetto, appena sentì la parola tacchino, strinse gli occhi. “Ma’… un tacchino?”
“Un tacchino”, confermò lei, secca. “E non me lo sono inventato.”
Prese subito il quaderno verde. Sfogliò pagine, tabelle, numeri ricopiati negli anni. La padella diventò 38. Il prete diventò 18. Sul tacchino esitò, borbottò qualcosa contro una vecchia smorfia trascritta male, poi disse: 79.
Giggetto si mise una mano sulla faccia. “Quindi secondo te Ada è venuta in sogno co’ una padella, un prete e un tacchino per dirmi 38, 18 e 79?”
Elvira lo fissò. “Secondo me Ada è venuta in sogno per vedere se finalmente te decidevi ad ascoltare.”
La ricevitoria di via Catania
La mattina dopo Roma era già una stufa. Giggetto avrebbe voluto ignorare tutto. Farsi una doccia tiepida, leggere il giornale in canottiera, scendere solo per il pane e tornare su senza altri pensieri. Ma Elvira non glielo permise. Gli mise in mano i soldi e lo mandò da sor Renato, il ricevitore di via Catania, uomo magro e ieratico, con camicia beige, penna nel taschino e una faccia che sembrava sempre sul punto di annunciare un verdetto.
“Vai e gioca”, disse lei.
“Ma’ io me vergogno.”
“Di che? Della vita tua? Quella ormai la conosce tutto il palazzo. Vai.”
La ricevitoria era un piccolo mondo romano in miniatura. Odore di carta, ricevute, tabacco e speranze calibrate. Dietro al banco c’era Renato. Davanti, tre clienti abituali: Nerina, ex tabaccaia convinta che i numeri le si mostrassero nei cognomi dei cardinali; Alvaro, ex pugile dal naso devastato e dalla sensibilità da bambino; e il dottor Pennacchi, farmacista metodico che trattava ogni ambo come una questione di chimica applicata.
Quando Giggetto raccontò il sogno, il silenzio durò tre secondi. Poi Alvaro tossì per non ridere. Nerina si fece aria col giornale. Il dottor Pennacchi, con insopportabile serietà, domandò: “Il tacchino era maschio o femmina?”
Giggetto spalancò le braccia. “Dottò, ma secondo lei io me metto a controllà pure il sesso del pollame onirico?”
Renato, che aveva visto tutto ciò che un uomo può vedere dietro un banco del Lotto, intervenne: “Basta così. Scriviamo e non allunghiamo il brodo. 38, 18, 79 su Roma. Pochi soldi, giocata secca, dignità salva”.
Giggetto tirò fuori dieci euro. Quando la schedina uscì con quel fruscio asciutto, gli parve per un attimo di sentire il profumo di Ada. Non un’apparizione, non una sciocchezza da romanzo. Solo il ricordo preciso del suo odore: sapone, cipria e basilico strofinato sulle dita.
Una giornata storta come solo Roma sa fare
Il pomeriggio sembrò fatto apposta per prendere in giro ogni tentativo di solennità. Prima si ruppe il ventilatore della cucina. Giggetto provò ad aggiustarlo e si prese una scossa minima ma umiliante, tanto da urlare una bestemmia creativa che fece intervenire Elvira con una presina lanciata a mano libera.
Poi il violinista moldavo del piano di sopra cominciò a provare una colonna sonora western proprio nell’ora più calda del giorno. Elvira disse che anche quello era un segno. Giggetto disse che era un attentato al riposo pubblico.
Infine, verso sera, Nilde scappò dalla gabbia e andò a infilarsi dentro il vaso del ficus finto in salotto. Giggetto, piegato a recuperarla con un braccio infilato tra le foglie di plastica, sudato e disperato, sentì bussare alla porta.
Era Assunta, la vicina del secondo piano. Vedova pure lei. Robusta, capelli color rame, voce che sembrava sempre uscire da una discussione già iniziata da mezz’ora. “Scusa Giggetto, c’hai il sale fino?”
Lui si girò con la canarina in mano, una foglia sintetica incastrata nei capelli e la dignità completamente perduta. Assunta lo guardò e scoppiò a ridere. Ma di quella risata piena, improvvisa, che non ferisce. Quella che dice: ti vedo, e visto così sei umano.
Giggetto, dopo un attimo di rigidità offesa, rise a sua volta. Rise della canarina isterica, del ficus ridicolo, del caldo, della vita che sceglieva sempre il momento più assurdo per presentarsi in scena. Elvira, comparsa nel corridoio come un notaio del destino, osservò la scena e dichiarò: “Ecco. Finalmente sta succedendo qualcosa”.
La sera dell’estrazione
La sera del 13 luglio 2002, a casa Mazzanti, nessuno ammetteva di essere in tensione ma tutti lo erano. Elvira aveva cucinato pasta e patate “perché nei giorni delicati serve sostanza”. Giggetto mangiava senza sentire il sapore. Ogni tanto guardava il telefono con l’aria di uno che vuole dimostrare di non aspettare nulla.
Assunta, con una scusa qualsiasi, passò a riportare una ciotola. Si fermò più del necessario. Elvira la invitò a sedersi con un tono che sembrava casuale ma non lo era affatto. Anche Nilde, forse per sensibilità atmosferica, smise di cinguettare e si appollaiò in un silenzio sospetto.
Renato aveva promesso che avrebbe telefonato lui, nel caso. “Se c’è da fare il funerale alla giocata te lo dico domattina. Se invece succede qualcosa te chiamo subito”, aveva garantito.
Alle dieci meno qualcosa, il telefono squillò.
Giggetto rispose cercando di sembrare normale. “Pronto?”
Dall’altra parte, Renato non perse tempo. “Siediti.”
“Perché?”
“Perché se te lo dico in piedi poi me cadi e me fai colpa.”
Giggetto sentì le orecchie accendersi. “Che è uscito?”
Renato tirò il fiato e sparò i numeri: “Su Roma: 38, 44, 18, 05, 79.”
Giggetto rimase muto. Renato dovette ripetere, stavolta urlando: “Hai fatto terno! 38, 18 e 79! Hai capito o te lo devo canta’?”
Il terno che rimise in moto il cuore
In quel preciso istante accadde il caos. Il bicchiere che Giggetto aveva in mano cadde sul tavolo ma non si ruppe. Nilde, spaventata dall’urlo nel ricevitore, si mise a svolazzare in cerchio per il salotto. Giggetto fece un passo indietro, inciampò nel tappeto, urtò la credenza, fece partire il carillon del matrimonio e rovesciò mezza pentola della pasta e patate per terra.
Elvira, invece di aiutarlo, gridò: “Non pestà la cena!”
Assunta si portò entrambe le mani alla bocca e poi scoppiò a ridere e piangere nello stesso momento. Una scena così romana che sarebbe sembrata falsa in un film: il terno storico, la canarina impazzita, la pasta sul pavimento, il carillon matrimoniale che suonava mentre un uomo mezzo steso a terra capiva di aver preso una vincita che mai si sarebbe aspettato.
Renato, ancora al telefono, domandò: “Quanto c’hai messo?”
“Dieci euro…”
Dall’altra parte ci fu un fischio lungo e quasi religioso. “Madonna santa. Domani vieni presto. E presentate pulito, che oggi sei entrato qui da cliente, domani rientri da leggenda de quartiere”.
La notizia si sparse nel palazzo con la velocità delle notizie romane, cioè più in fretta della luce ma con molte aggiunte decorative. Nel giro di mezz’ora già qualcuno parlava di quaterna sfiorata, qualcun altro giurava che il prete nel sogno fosse salito davvero sull’autobus, qualcun altro ancora sosteneva che il tacchino avesse attraversato il corridoio di casa Mazzanti prima della telefonata. Tutte menzogne, naturalmente. Ma menzogne affettuose, di quelle che Roma usa per lucidare le storie che le piacciono.
Assunta, le lacrime e il ridicolo
Quella notte Giggetto non dormì. Uscì sul balcone. Finalmente l’aria era appena più sopportabile. Da lontano arrivava il rumore della Tangenziale, una televisione lasciata accesa, un litigio sommesso, il richiamo stanco di una sirena. Roma di notte tornava umana.
Assunta uscì sul balcone accanto senza fare rumore. Restarono zitti per qualche secondo, guardando i tetti e le finestre illuminate a metà. Poi Giggetto disse piano: “Non sto a pensa’ ai soldi.”
“Lo so”, rispose lei.
“Sto a pensa’ ad Ada.”
Assunta non disse la frase sbagliata. Non disse “ti capisco”. Non disse “devi andare avanti”. Disse soltanto: “Se piagne pure quando una cosa è bella. Anzi, soprattutto allora”.
E Giggetto pianse davvero. Non con disperazione. Con sollievo. Perché in mezzo al ridicolo di quella storia c’era entrata di nuovo la vita. Una vita storta, scomposta, comica, ma pur sempre vita. Un sogno assurdo di sua madre. Una giocata fatta quasi per sfinimento. Una vicina che rideva nel momento giusto. Un numero arrivato da lontano come un colpetto alla porta.
La mattina dopo, andando in ricevitoria, Giggetto aveva una strana leggerezza nelle gambe. Non quella dell’uomo diventato ricco. Quella dell’uomo che si è ricordato di poter ancora provare qualcosa senza sentirsi in colpa. In fila da Renato c’era già mezzo quartiere. Alvaro lo salutò gridando: “Aò, eccolo, l’uomo del tacchino!” Nerina lo benedisse senza convinzione. Il dottor Pennacchi dichiarò che la componente ornitologica del sogno meritava uno studio.
Giggetto firmò, ascoltò cifre che gli sembravano appartenere a un’altra biografia, e poi scoppiò a ridere. Rideva così tanto che dovette togliersi gli occhiali. Perché in fondo la cosa più seria che gli fosse successa da anni era arrivata travestita da barzelletta.
La vera vincita
Con quei soldi non cambiò pianeta. Ma cambiò ritmo. Sistemò il tetto di una cugina a Velletri. Fece rifare i denti a se stesso, che rimandava da anni. Comprò a Elvira una poltrona buona, di quelle che si alzano da sole e restituiscono dignità alle ginocchia. Cambiò la cucina, perché Ada aveva sempre desiderato un piano più grande vicino alla finestra. E soprattutto ricominciò ad aprire la porta di casa non come un sopravvissuto, ma come uno che torna.
Assunta entrò sempre più spesso. Prima per restituire una ciotola. Poi per un caffè. Poi per guardare un quiz. Poi per discutere su come tenere il basilico in estate. Non ci furono grandi dichiarazioni. Nessuno di loro aveva l’età o il carattere per le scene da cinema. Ci fu una forma più profonda di tenerezza: la compagnia. Quella vera. Quella che non fa rumore ma toglie peso ai giorni.
Elvira, dal canto suo, fino all’ultimo sostenne che il merito fosse stato tutto della precisione onirica. “Padella, prete e tacchino”, ripeteva con l’orgoglio di un archivista del destino. “Manco a inventarselo veniva così bene”.
Ogni anno, quando tornava il 13 luglio, in quella casa si apriva una bottiglia di vino. Giggetto apparecchiava con cura. Assunta portava qualcosa di sfizioso. Elvira, finché visse, pretendeva il posto capotavola. E ogni volta, prima del brindisi, Giggetto alzava il bicchiere e diceva: “A 38, 18 e 79. Alla padella, al prete e al tacchino”.
Poi aggiungeva sempre un ultimo nome, con la voce più bassa: “E ad Ada”.
📜 I Numeri della Memoria x 4 concorsi
Ruote Consigliate: Roma e Tutte
Ambata della Storia: 52
Gli ambi dei Ricordi: 52.13 – 52.83 – 13.83
La Terzina Completa:
13 – 52 – 83
Giocata simbolica ricavata dagli elementi centrali del racconto: il giorno dell’estrazione, l’età di Giggetto e quella di donna Elvira.
Dopo il buio la luce
Ci sono vincite che fanno notizia e vincite che fanno storia. E poi ci sono quelle, rarissime, che fanno entrambe le cose ma soprattutto rimettono insieme un pezzo di cuore. Il terno 38 18 79 Roma di quell’estate del 2002, nella vita di Giggetto, non fu soltanto una combinazione fortunata. Fu una fessura di luce in una casa dove il dolore si era seduto troppo a lungo.
Roma, del resto, è fatta così. Sa essere tragica e ridicola nello stesso minuto. Sa infilare la malinconia dentro una battuta e la grazia dentro una scena sconclusionata. Per questo la storia di Giggetto funziona ancora oggi: perché è insieme buffa e tenera, grottesca e vera, scema e profondissima. Come certe giornate che sembrano nate male e invece, proprio quando abbassi la guardia, ti restituiscono qualcosa che credevi perduto.
La vera vincita non furono solo i soldi. Fu il fatto che un uomo mezzo spento ricominciò a ridere senza vergognarsi. Che una madre ostinata ebbe la sua prova. Che una vicina smise di essere soltanto una vicina. E che una donna assente, attraverso un sogno assurdo e tre numeri impossibili da dimenticare, riuscì ancora una volta a rimettere ordine nella confusione dei vivi.
Per questo, se oggi si ripensa a quella sera romana, i numeri restano impressi. 38, 18, 79. Ma più dei numeri resta il rumore di una casa che torna a respirare: una canarina in rivolta, un carillon che parte per sbaglio, una pentola rovesciata, una risata tra le lacrime, e il miracolo modestissimo di una vita che decide, all’improvviso, di ricominciare.
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