Nel Quaderno della Nonna stavolta entrano forbici, pieghe, sorrisi storti e una verità che profuma di lacca e malinconia
Quaderno della Nonna e ambo secco ispirato alle clienti di Ada
Quando sono andato a trovare la Nonna, quella mattina, l’ho trovata più in ordine del solito. E detta così sembra poco, ma chi conosce la Nonna sa che l’ordine, per lei, non è una vanità: è una forma di rispetto. Rispetto per la casa, per chi entra, per la giornata che comincia e perfino per i dispiaceri, che secondo lei vanno affrontati col grembiule pulito e i capelli a posto, senza dar loro la soddisfazione di trovarci spettinati.
Aprì la porta con quel suo passo lento ma ancora deciso, e subito vidi che i capelli erano belli, raccolti come piace a lei, con quella piega morbida che le incornicia il viso e le dà un’aria da regina di cucina, di quelle che governano il mondo tra una moka e un barattolo di biscotti secchi. Sapeva di cipria buona, di sapone di Marsiglia e di quel profumo leggero che mette solo quando torna da Ada, la sua parrucchiera da oltre trent’anni.
Una volta al mese, puntuale come il calendario appeso dietro la credenza, la Nonna va da Ada. Non importa se piove, se fa freddo, se la televisione annuncia guai o se le ginocchia brontolano. “Finché posso, da Ada ci vado. La testa va tenuta in ordine, perché è da lì che passano i pensieri”, mi ripete ogni volta. E io, che davanti a certe frasi faccio sempre quello sveglio per non commuovermi, quella mattina mi limitai a sorridere e a seguirla in cucina.
La moka gorgogliava piano. Sul tavolo c’erano i biscotti all’anice, quelli che lei tira fuori solo quando ha qualcosa di importante da dire. E infatti, dopo avermi versato il caffè e avermi guardato con quell’occhio che sembra sempre sapere più di quanto dice, si alzò, andò verso la credenza, aprì lo sportello più alto e tirò fuori lui: il famoso quaderno.
Il Segreto del Quaderno
Quel quaderno io lo conosco bene, ma ogni volta che lo vedo mi fa lo stesso effetto. È vecchio, con la copertina consunta agli angoli, le pagine ingiallite e una calligrafia che trema appena, ma non cede mai. Ci sono dentro anni di appunti, conti, riflessioni, segni a matita, numeri cerchiati, frecce, date, nomi di ruote e perfino piccoli commenti umani che valgono più di una formula.
La Nonna lo apre sempre con rispetto, quasi fosse un messale domestico. Niente scene teatrali, niente misteri da cartomante da salotto. Solo la serietà di chi ha osservato per una vita e sa che nei numeri, come nelle persone, bisogna prima imparare ad ascoltare. Sfogliò qualche pagina, si fermò su un foglio pieno di note e disse piano: “Oggi non si parte da un’estrazione. Oggi si parte dalla vita vera.”
Fu lì che capii che quella non sarebbe stata la solita chiacchierata. Perché la Nonna, quando torna da Ada, non porta mai a casa soltanto una piega ben fatta. Porta racconti. E i racconti, nella sua testa, non restano mai solo racconti: diventano segni, insegnamenti, numeri che si chiamano da lontano.
La mattina da Ada
Ada, mi spiegò la Nonna, non è soltanto una parrucchiera. È una specie di confessionale con le forbici. Da lei entrano donne di ogni età con la scusa della tinta, ma quasi sempre il colore da sistemare non è quello dei capelli. C’è chi arriva col sorriso troppo largo per essere sincero, chi chiede una piega e in realtà vorrebbe una carezza, chi si siede davanti allo specchio sperando di ritrovarsi un po’ più forte di come si è sentita fino a un’ora prima.
“Ada lavora da trent’anni con le teste delle donne”, disse la Nonna. “E guarda caso, nipotino mio, le teste sono il posto dove si annodano sia i capelli sia i pensieri.” Poi rise. Una risata breve, di quelle che partono dalle labbra ma si fermano appena prima degli occhi. Perché c’era sì del faceto in quel racconto, ma sotto c’era anche quella tristezza discreta che conoscono bene le persone abituate a vedere la vita senza trucco.
Mi raccontò di aver trovato il salone pieno come nei giorni buoni. Il fon che soffiava, le signore sotto il casco, Ada che girava come un generale gentile e, in mezzo a tutto quel movimento, quel chiacchiericcio tipico da parrucchiera che sembra leggero, ma se lo ascolti bene contiene mezze vite intere. “In certi posti”, disse la Nonna, “si entra per una messa in piega e si esce con un romanzo.”
Le clienti di Ada e le loro storie
La prima storia che la Nonna mi raccontò fu quella di una vedova elegante, una donna che continua a mettere il rossetto rosso anche se ormai esce poco. Era seduta due posti più in là, con una rivista aperta sulle ginocchia ma lo sguardo altrove. Ada le stava sistemando la frangia e quella signora, quasi parlando al proprio riflesso, disse che suo marito non c’era più da sette anni, eppure ogni sabato le viene ancora voglia di apparecchiare per due.
La Nonna, raccontandomela, abbassò per un attimo la voce. “Quella non era tristezza da pianto”, mi disse. “Era quella più sottile, quella che si siede accanto a te senza fare rumore.” E poi aggiunse subito, per non lasciare la stanza troppo pesante, che la signora in questione, dopo aver detto una cosa così malinconica, aveva pure chiesto ad Ada di farle i capelli “con volume, che almeno in testa mi resta qualcosa”. E lì il salone aveva riso tutto insieme, di quella risata buona che non deride, ma alleggerisce.
La seconda storia era quella di una ragazza non più giovanissima, ma ancora abbastanza giovane da pretendere dalla vita qualche bugia gentile. Pare che fosse entrata lamentandosi dei capelli bianchi, ma nel giro di dieci minuti si era capito che i capelli non c’entravano quasi niente. Si era lasciata da poco, e mentre Ada le passava il colore, lei faceva finta di preoccuparsi della ricrescita quando in realtà stava parlando di un uomo che le aveva lasciato solo promesse sbiadite. “I capelli bianchi si coprono”, sentenziò la Nonna, “certe delusioni invece ricrescono da sole.”
La terza storia era la più semplice e forse proprio per questo la più vera. Una signora anziana, mani rovinate dal detersivo, entrò da Ada dicendo che non voleva spendere troppo, solo “darsi una sistemata”. Nessun compleanno, nessuna festa, nessuna occasione speciale. Solo il bisogno, dopo settimane di casa, medicine e pensieri, di vedersi un po’ meno stanca allo specchio. “Ecco”, mi disse la Nonna picchiettando il dito sul tavolo, “quella è la storia che mi è rimasta qui”, e si toccò il petto.
La morale della Nonna
A quel punto richiuse il quaderno, ma solo per un momento. Si prese il tempo di un sorso di caffè e poi mi guardò con quell’aria da maestra antica che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. “Vedi, il mondo ride sempre delle donne che vanno dalla parrucchiera. Dice che pensano alle sciocchezze, alla tinta, alle punte. Ma io ti dico una cosa: a volte una donna non va da Ada per sembrare più bella. Ci va per ricordarsi che esiste ancora.”
Io rimasi zitto. Perché era una frase enorme, e certe frasi enormi fanno il contrario del rumore: fanno silenzio. La Nonna allora addolcì il colpo con una delle sue uscite. Disse che una piega ben fatta non risolve i guai, ma almeno ti evita di affrontarli con la testa simile a una scopa di saggina dopo il temporale. E lì ridemmo entrambi, come si ride quando il dolore non se n’è andato, ma per un minuto ha allentato la presa.
La sua morale, in fondo, era tutta lì: “La dignità non è lusso. La dignità è pettinarsi anche quando la giornata ti si è arruffata dentro.” Ada, senza prediche, vede ogni mese donne che entrano stanche e cercano nello specchio un pezzetto di coraggio. E la Nonna, che di saloni e di vite ne ha visti abbastanza, aveva deciso di prendere proprio da lì il filo del suo ragionamento e della sua previsione.
Il metodo scelto dal Quaderno
Riaperse il quaderno e mi mostrò una pagina piena di note vecchie, con un titolo scritto in alto: “Il Filo dello Specchio”. Era uno di quei metodi suoi, nati più dall’osservazione che dalla teoria declamata. L’idea era semplice e bellissima: quando nella vita si presentano racconti che ruotano intorno all’immagine, al riflesso, al tentativo di rimettere ordine, i numeri da cercare non sono molti, ma devono stare insieme con naturalezza, come due persone che si capiscono senza parlare.
Mi spiegò che il salone di Ada, quello giorno, aveva consegnato tre segnali forti. Il primo era il tempo: oltre trent’anni di fedeltà a una parrucchiera non sono un dettaglio, sono un numero che bussa con educazione ma con insistenza. Il secondo era lo specchio, che nei ragionamenti della Nonna vale sempre doppio, perché mostra il fuori ma smuove il dentro. Il terzo era la cadenza mensile, quel rito che si ripete come certe abitudini dell’anima.
“Pochi numeri, ma buoni”, disse. “Quando la vita parla chiaro, non serve farle un comizio.” E io già capivo dove volesse andare a parare, perché ogni volta che la Nonna pronuncia quella frase significa che ha già deciso di non disperdere il discorso in una tombola di cifre inutili.
La Smorfia della Nonna
Qui cominciò la parte più affascinante. La Nonna prese la matita, ne bagnò appena la punta con la lingua come faceva mia maestra alle elementari, e iniziò a tradurre quei racconti in numeri. “Ada sta lì da più di trent’anni. Il 30 non è solo un conto, è una costanza. È il tempo che non si vanta, ma resta.” E già questo, nella sua logica, bastava a dargli peso.
Poi passò allo specchio. Disse che lo specchio è un oggetto strano: non consola, non mente, ma a volte salva. Ti mostra la stanchezza, sì, ma ti permette pure di rimetterti insieme. Nel quaderno, accanto alla voce “specchio”, c’era annotato il 44. “Perché il riflesso”, spiegò, “è sempre doppio: quello che vedi e quello che capisci.”
Avrebbe potuto fermarsi lì, ma volle farmi vedere come il racconto si allargava. La vedova del rossetto rosso le aveva richiamato il numero del ricordo ostinato. La ragazza dei capelli bianchi, quello della delusione mascherata. La signora anziana che voleva solo sistemarsi, quello della dignità umile. Però, invece di allungare il gioco, la Nonna scosse la testa. “Tutti numeri giusti”, disse, “ma oggi fanno solo da coro. I protagonisti sono due.”
L’Ambo Secco
E i due protagonisti erano proprio loro: 30 e 44. Il primo perché Ada non è un nome capitato ieri: è un’abitudine di trent’anni, una continuità che sa di fedeltà, di sedie sempre uguali, di appuntamenti rispettati, di mani che invecchiano insieme ai volti che accudiscono. Il secondo perché in questa storia lo specchio non è un mobile: è il vero testimone. Davanti allo specchio si confessa chi ha perso, chi spera, chi finge, chi resiste. E davanti allo specchio, più di ogni altro posto, una persona decide se lasciarsi andare o rimettersi in piedi.
“Sono numeri che si vogliono bene”, sentenziò la Nonna. E quando lei dice così, non c’è da discutere. Il 30 porta la durata, il 44 porta il riflesso. Uno dice: resto. L’altro dice: mi guardo. In mezzo c’è tutta la storia di Ada, delle sue clienti e di quella piccola, testarda eleganza con cui certe donne attraversano gli anni senza chiedere permesso.
La ruota che la Nonna mi indicò fu Roma. Non perché ci fosse una formula miracolosa da bancarella, ma perché, a suo dire, era la ruota che quel giorno meglio teneva insieme città, vite, attese e specchi. “Roma è una ruota che sa di gente vera”, mormorò. “E oggi questa previsione viene dalla gente vera.”
Il Consiglio della Nonna
👵 Il Regalo della Nonna
(Dal “Quaderno dei Segreti”, dall’estrazione del 31 marzo 2026 x 5 colpi)
Ruota Secca: ROMA
AMBO SECCO: 30 – 44
(Da giocare anche su TUTTE e NAZIONALE per recupero)
“Giocate poco, nipotini miei, che la fortuna è cieca ma la sfortuna ci vede benissimo!”
Dopo avermi mostrato i numeri, la Nonna richiuse il quaderno con quel gesto lento che sembra mettere ordine anche nell’aria. Non aggiunse fuochi d’artificio, non fece promesse da venditore di piazza, non si mise a evocare miracoli. Lei, in queste cose, è sempre stata più seria dei seri. “La previsione è una compagnia”, disse, “non una scorciatoia.”
E poi arrivò l’ultima lezione, quella che secondo me valeva quasi più dei numeri: “Ricordati che una donna che va a farsi i capelli non sta lottando contro il tempo. Sta cercando di non consegnarsi al disordine. E il disordine, quando entra nell’anima, fa più danni della pioggia.” Parole semplici, da cucina, da tazzina sbeccata e tovaglia a quadri. Ma vere come poche.
Il saluto della Nonna
Quando mi alzai per andare via, la cucina aveva cambiato luce. Il caffè era finito, la moka lavata e capovolta vicino al lavello, e i biscotti ormai ridotti a briciole. La Nonna mi accompagnò alla porta con il suo passo tranquillo. Prima però si fermò, tornò indietro di due passi e prese dal vassoio l’ultimo biscotto rimasto. “Questo te lo mangi per strada, che pensare mette fame”, disse.
Io risi. Lei pure. Ma in quella risata c’era ancora il fondo di malinconia lasciato dalle storie di Ada. Perché certe vite fanno tenerezza senza volerla suscitare. Certe donne continuano a sistemarsi i capelli non per civetteria, ma per non cedere. E forse la Nonna, in quelle clienti incontrate in salone, aveva rivisto un po’ di sé, un po’ delle sue amiche, un po’ di tutte quelle generazioni che hanno imparato a tenere la schiena dritta anche quando il cuore voleva sedersi.
Scendendo le scale, mi voltai un’ultima volta. Lei era sulla soglia, coi capelli belli e in ordine, proprio come l’avevo trovata all’inizio. E per un attimo mi sembrò che tutta la morale del giorno stesse lì: nelle cose piccole, nei gesti ripetuti, nelle mani di Ada che aggiustano una piega e senza saperlo aggiustano un poco anche la giornata di chi si siede davanti allo specchio.
Me ne andai con il sapore dell’anice in bocca, il profumo del caffè addosso e quei due numeri in testa, 30 e 44, che non mi parvero semplicemente un ambo, ma il riassunto discreto di una verità domestica: ci sono giorni in cui la vita ti spettina, ma tu pettinati lo stesso. Per orgoglio, per dolcezza, per resistere. E magari, già che ci sei, ascolta la Nonna.
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